di Luca Filidei
Inutile girarci intorno: il surf, allo stesso modo di altre discipline sportive, si sta costantemente avvicinando al concetto di professionismo estremo. Lo vediamo nelle nostre gare mediterranee e ovviamente nella iper-competitiva WSL. Seguendo i vari contest scopriamo che tanti surfisti stanno diventando sempre più calcolatori, soprattutto quelli della Next-Gen come Erin Brooks. Il surf è cambiato e sta cambiando. Come scrivevo prima, inutile girarci intorno. Sarebbe soltanto una presa in giro, come una favola che racconta di un mondo che c’è stato ma che non ha quasi più nulla a che vedere con il presente.
Quindi tutti quei concetti da Big Wednesday, spariti per sempre?
No dai, non facciamo i melodrammatici a tal punto. Il surf pro, nonostante un format intenso all’inverosimile (un po’ meno dal 2025), è pur sempre costituito da persone. L’umanità c’è ancora. Le amicizie pure. E poi ci sono quei rapporti che forse sono il punto di incontro tra il marcato professionismo e la fragilità che ogni atleta può avere. Per esempio: vogliamo parlare del rapporto tra il surfer e il proprio coach?
A chiamarlo così sembra stia scrivendo di basket. Il coach nel surf è qualcosa di tangibile ma anche no. Non urla a bordo campo (ad esclusione di Tahiti e pochi altri spot). Non chiama le sostituzioni. Non definisce le tattiche né rompe il ritmo di una heat chiedendo ai giudici un timeout. Quelli che sanno di surf senza esserne ossessionati probabilmente faticheranno a ricordare il nome dell’allenatore di John John Florence. Eppure il successo della stagione dell’hawaiano è fortemente collegato alla presenza di coach Ross Williams. L’uomo nell’ombra che però ha saputo dare quel di più non solo a Florence, ma anche all’altra atleta che segue: la Tati Weston-Webb che ha fatto un po’ da spauracchio durante le ultime Finals.
Quanto è importante il coach nel surf?
La domanda è complicata. Anzi, complicatissima. Ognuno di noi risponderebbe in modo differente. E se ci mettessimo a fare dei paragoni con gli altri sport il dibattito devierebbe facilmente verso una nota di inconcludenza. Però è innegabile che la considerazione da parte degli atleti nei confronti dei coach stia rapidamente cambiando. Sempre più surfer cercano l’allenatore perfetto, quello che fa anche e soprattutto il mental coach, quello che ti fa sentire a proprio agio. Pensate ad esempio al nostro Leo Fioravanti: durante un’intervista rilasciata a maggio 2024 proprio qui a Tuttologic ne parlava apertamente, sostenendo che la scelta di non proseguire con Richard Marsh era dovuta al fatto che stava seguendo sempre meno il proprio istinto, codificando le heat in modo puntiglioso senza però dare il giusto peso a quella connection con l’oceano che è fondamentale per ogni top surfer. Marsh probabilmente era troppo stratega. Per alcuni può funzionare, per Leo evidentemente no.
Nel 2025 sarà molto difficile vincere senza un buon equilibrio (tecnico, umano, ecc.) tra surfista e coach. Non siamo più come dieci anni fa quando l’allora ASP intervistava Mitch Thorson, guru di The GOAT, intitolando il video: “Kelly Slater Has a Coach?”. Ora i dubbi sono stati dissolti. Tanto che persino lo stesso Kelly lo scorso aprile cercò di cambiare l’andamento della stagione ingaggiando Glen “Micro” Hall. Cercava le motivazioni, ovvio, ma in qualche modo la risposta che aveva trovato era un coach, la persona che ti può tenere sul pezzo anche nelle situazioni più complicate.
La stessa FISSW ha deciso di investire molto nel coaching, tanto da finanziare un allenatore del calibro di Adriano De Souza. Il campione del mondo 2015 nella prima parte della sua carriera da coach era spesso affiancato dal capo allenatore Yann Martin, ma poi il feeling con Leo Fioravanti si è consolidato sempre di più e ora Adriano è praticamente diventato il mentore del numero 46. Scrivo mentore non a caso perché è stato proprio Leo a descriverlo così in un’intervista rilasciata a Brendan Buckley di Stab lo scorso febbraio. In quell’occasione aggiunse inoltre che per lui era importante trovare qualcuno che avesse vissuto le sue stesse esperienze, il che tradotto significa un ex atleta da piani alti della WSL. E se poi questo ha addirittura il tuo stesso mood mentale – “He was always a guy who believed in himself more than anyone else believed in him”, parole di Fioravanti – ed è pure diventato campione del mondo, il binomio non può che funzionare. “If the relationship is working — even if through little things at every event — at the end of the year, a coach can make a huge difference”, dice ancora Leo. Una conferma dell’importanza dell’allenatore (per chi avesse ancora dei dubbi), anche se sempre con una marcata sfumatura verso il mental coach.

Eh sì perché i fondamentali a quei livelli li hanno praticamente tutti. Certo, c’è chi dà del tu alla tecnica più sopraffina e ricercata (vero Ethan?), ma l’asticella media è comunque ad una quota siderale. Di conseguenza, come chi segue anche altri sport sa bene, la differenza tra una buona annata e una meno riguarda proprio l’aspetto mentale, quel dettaglio che poi dettaglio non è. Deviando per un attimo verso il basket d’oltreoceano si possono trovare esempi calzanti. Jordan che viene convinto dal Phil Jackson e Tex Winter ad “abbassare” le proprie statistiche assolute per diventare funzionale alla strategia del triangle offense, oppure coach Doc Rivers nei panni di motivatore per i Big Three versione Celtics 2009.

La logica è chiara: per vincere bisogna essere forti mentalmente, capire le dinamiche, compiere la mossa giusta al momento giusto anche se questo vuol dire passare la palla a quel compagno che non tira quasi mai. E poi non subire mai la situazione. Torniamo al surf e alle ultime Finals. Italo Ferreira supera heat su heat caricandosi come un boxer? John John Florence su consiglio di Ross Williams neanche lo stava guardando, distante com’era da Lower Trestles (e men che meno collegato tramite le varie app) in attesa solo di essere chiamato per il proprio turno.
Riprendendo quello che ho già scritto in un altro articolo si concentrava più sul “who am I not?” rispetto al “who am I?”. Restava fedele a sé stesso. Ce l’avrebbe fatta senza coach Ross? Difficile dirlo. Può darsi di sì, può darsi di no. Ma una cosa è certa: Williams gli ha tracciato la strada. Non certo spiegandogli come eseguire un bel layback o un tubo, ma facendogli credere che lui, JJF, poteva ancora vincerlo quel titolo. Insomma, il mental coach ha di nuovo vinto contro il classico allenatore, anche se personalmente su questo punto non avevo dubbi già da un pezzo.
Il coaching a questi livelli deve semplificarti la vita, di anticipare quello che potrebbe accadere.

Poi ovviamente tanto dipende anche dall’atleta. Non è detto che avere come allenatore Kelly Slater (ammesso che lo voglia diventare in futuro) possa far vincere un titolo a chiunque. Ma ripensando a Florence e Williams ora, con qualche riga in più di riflessioni, mi viene da dire che sì, Ross ha proprio avuto una gran parte in questa vittoria. No, non la percentuale maggiore ma di certo una consistente 35-65, magari anche qualcosina di più. Perché se riesci a far credere al tuo atleta di poter raggiungere un obiettivo così difficile i complimenti te li meriti a prescindere.
E ho la vaga sensazione che questo in futuro sarà sempre più importante.
La WSL del resto sta diventando sempre più “NBA Style”. Ci serviranno i vari Phil Jackson, Tex Winter e Doc Rivers. Eccome se ci serviranno…










