Ci sono storie che sembrano scritte per essere raccontate al contrario. Si potrebbe partire da Trestles, una delle onde più iconiche del pianeta. Dagli USA Surfing National Championships, una competizione che negli anni ha incoronato alcuni dei migliori surfisti al mondo e che continua a rappresentare uno dei palcoscenici più prestigiosi del surf americano. Oppure si potrebbe partire da uno straordinario secondo posto conquistato in condizioni praticamente perfette, quelle che non concedono scuse e lasciano emergere soltanto il valore dei surfisti in acqua. Ma la verità è che la storia di Alberto Barzan inizia molto prima. Inizia tra due mondi. Viene da Roma, ma cresce in California seguendo il percorso professionale dei genitori. È lì che entra in contatto con la cultura degli action sport, assorbendone lo spirito ben prima di immaginare che il surf sarebbe diventato il centro della sua vita.
Dallo skateboard al surf
Prima delle onde c’era lo skateboard. Come molti ragazzi cresciuti sulla costa californiana, Alberto passa ore sull’asfalto, inseguendo quella combinazione di creatività, libertà e determinazione che accomuna tutti gli sport da tavola. Poi, come ci ha raccontato durante il podcast che registrammo nel 2024 insieme a lui in California, arriva un brutto infortunio alla testa, uno di quegli eventi che costringono a fermarsi e a rimettere tutto in discussione.



È in quel momento che il surf entra realmente nella sua vita. Quello che inizialmente sembra un nuovo percorso da esplorare si trasforma rapidamente in qualcosa di più profondo. Alberto ritrova nell’oceano le stesse sensazioni che cercava sullo skateboard, ma all’interno di un ambiente vivo, mutevole e imprevedibile. Le progressioni arrivano in fretta, così come i primi risultati e le prime attenzioni da parte dell’ambiente agonistico. Non passa molto tempo prima che arrivino anche le convocazioni con la Nazionale italiana.
Crescere lontano da casa
La crescita di Alberto è quella di un atleta che ha imparato a muoversi tra realtà diverse, costruendo la propria identità surfistica lontano da un unico punto di riferimento. Nel 2025 conquista il titolo italiano Open alla Marinedda a soli diciassette anni, un risultato che conferma il suo valore e lo proietta definitivamente tra i nomi più interessanti del panorama nazionale.

Da circa un anno vive e si allena in Portogallo, una scelta che riflette la volontà di confrontarsi quotidianamente con onde di qualità e con un ambiente capace di favorire un’ulteriore evoluzione tecnica e personale. Il suo percorso continua così a svilupparsi tra paesi, culture e oceani diversi, mantenendo però un legame sempre più forte con le proprie radici italiane.
Il ritorno alle radici
La scorsa estate abbiamo avuto l’opportunità di accompagnarlo alla scoperta di due luoghi che occupano un posto speciale nella storia del surf italiano: il Pontile di Forte dei Marmi e Levanto. Può sembrare sorprendente, ma Alberto non aveva mai surfato in nessuno dei due spot. Per un ragazzo italiano ma cresciuto dall’altra parte dell’oceano è stato quasi un viaggio nella memoria di un movimento che conosceva soprattutto attraverso i racconti. Onde diverse da quelle a cui era abituato, scenari diversi, ma la stessa passione che da decenni anima le comunità surfistiche italiane.



Più che una semplice trasferta, è stata l’occasione per entrare in contatto con una parte della propria identità sportiva che fino a quel momento era rimasta sullo sfondo.
Dove tutto si incontra
Il percorso di Alberto lo ha riportato in California, questa volta per affrontare uno degli appuntamenti più importanti della stagione. Gli USA Surfing National Championships si sono svolti a Trestles, a San Clemente, uno spot che non ha bisogno di presentazioni. Un’onda che, quando funziona, mette tutti sullo stesso piano e premia esclusivamente talento, preparazione e capacità di interpretare il mare.

In questo contesto Alberto ha trovato una delle migliori prestazioni della sua giovane carriera, conquistando uno straordinario secondo posto contro alcuni dei migliori surfisti della scena americana.




Un risultato che racconta certamente il livello raggiunto dall’atleta, ma che racconta anche qualcosa di più. Racconta il percorso di un ragazzo che è cresciuto tra culture diverse e che continua a costruire la propria strada con naturalezza, senza accelerazioni forzate.
E viene quasi spontaneo ripensare a quelle giornate trascorse tra Forte dei Marmi e Levanto. Forse è soltanto una coincidenza, ma dopo aver visto i risultati ottenuti negli ultimi mesi una cosa sembra evidente: il viaggio alla scoperta degli spot che hanno scritto la storia del surf italiano non può certo fermarsi qui. Per scaramanzia, forse. Ma anche perché alcune storie meritano di conoscere fino in fondo le proprie radici mentre continuano a guardare sempre più lontano.











