Un’estate insolitamente piatta ha lasciato il surf mediterraneo a corto di occasioni. Ora le carte iniziano finalmente a mostrare qualche segnale di cambiamento. Ma cosa è successo al nostro mare e, soprattutto, possiamo davvero aspettarci una seconda metà di agosto più dinamica?

C’è un momento, durante un’estate senza onde, in cui smetti di guardare le previsioni per capire quando arriverà la prossima mareggiata e inizi a consultarle quasi per istinto, nella speranza che, da qualche parte, sia finalmente comparso qualcosa. È quello che molti di noi stanno facendo da settimane: aprire le carte al mattino, scorrere il Mediterraneo, spostarsi avanti di qualche giorno e cercare quella piccola macchia di colore che possa suggerire l’arrivo di una perturbazione, di un rinforzo del vento, di qualsiasi cosa possa interrompere una sequenza di calma diventata ormai insolitamente lunga.

Poi, magari, qualcosa compare. Una depressione sembra prendere forma, il vento aumenta, la previsione per il weekend comincia a diventare interessante. La guardi di nuovo il giorno dopo e ha già cambiato faccia: il sistema si è spostato, il fetch si è accorciato, la direzione non è più quella giusta. Oppure tutto viene semplicemente rimandato di altre ventiquattr’ore.
Quest’anno, però, anche quelle occasioni sono sembrate mancare all’appello.
Chi surfa nel Mediterraneo conosce bene questo rituale. L’estate, da queste parti, è soprattutto una questione di pazienza. Sappiamo che tra giugno e agosto le occasioni sono fisiologicamente poche e che il nostro mare non può essere paragonato agli oceani che, nella stessa stagione, vengono alimentati da sistemi atmosferici ben più potenti e frequenti. Una perturbazione abbastanza organizzata, un gradiente di pressione favorevole, un vento che riesca a soffiare con intensità e continuità su una superficie sufficientemente ampia: spesso basta che pochi elementi si incastrino nel modo giusto per trasformare una giornata qualunque in una delle poche vere occasioni di surf dell’estate.

E proprio quando stavamo iniziando a considerare l’estate ormai compromessa, le carte della seconda metà di agosto hanno cominciato a mostrare qualche segnale diverso. Nulla che permetta di parlare di una grande svolta, almeno per ora, ma abbastanza per tornare a guardare le previsioni con quella sensazione che ogni surfista mediterraneo conosce bene: forse stavolta qualcosa arriva davvero.

Dopo Ferragosto, insomma, il Mediterraneo potrebbe finalmente provare a riaccendersi. La domanda è perché ci sia voluto così tanto.
Un’estate più piatta del normale
La scarsità di onde nei mesi estivi non è certo una novità. Il problema di quest’anno non è quindi semplicemente che il mare sia stato piatto. È la persistenza della calma. Le perturbazioni capaci di generare moto ondoso significativo sono state poche, quelle arrivate nella posizione giusta ancora meno e, quando qualcosa è riuscito finalmente a muovere il mare, spesso la finestra utile è stata breve, fragile e difficile da intercettare.

Per giorni e settimane il copione è rimasto quasi identico: alta pressione, temperature elevate, atmosfera stabile e un Mediterraneo che tornava rapidamente alla sua condizione dominante, quella di una grande superficie d’acqua calda e apparentemente immobile. Per chi osserva soltanto il risultato finale, tutto questo si traduce in una cosa molto semplice: nessuna onda. Ma per capire perché questa estate abbia prodotto così poco e, soprattutto, se ci siano davvero le condizioni perché qualcosa cambi dopo Ferragosto, bisogna allontanarsi per un momento dalla linea di costa e guardare alla circolazione atmosferica su scala molto più ampia.
Il Mediterraneo non decide da solo
La storia di un’onda mediterranea comincia molto prima che qualcuno possa scorgerla dalla spiaggia. La caratteristica dominante di questa estate è stata la presenza frequente e persistente di strutture anticicloniche particolarmente robuste, associate a temperature estremamente elevate e a una circolazione delle perturbazioni spesso confinata a latitudini più settentrionali. In una situazione del genere, le depressioni atlantiche incontrano maggiori difficoltà nel loro percorso verso sud e hanno meno possibilità di raggiungere quelle aree dalle quali potrebbero generare il moto ondoso necessario a interessare le nostre coste. Caso curioso infatti, In Norvegia (Lofoten in particolare) e Danimarca, si è surfato più del solito. Non proprio due destinazioni che ti senti di considerare per il tuo surf trip estivo.

Per generare uno swell significativo servono vento, spazio e tempo. Il vento deve essere abbastanza intenso, deve soffiare abbastanza a lungo e deve avere a disposizione una superficie marina sufficientemente ampia sulla quale trasferire la propria energia. È il principio del fetch: maggiore è la distanza sulla quale il vento riesce ad agire in maniera persistente, maggiore sarà l’energia trasferita alla superficie e, di conseguenza, il potenziale dello swell che verrà prodotto.

Questa estate, in molte occasioni, è mancato proprio il meccanismo iniziale. Il caldo, per quanto estremo, non produce onde. Un Mediterraneo più caldo (come i mari tropicali ricchi di onde) non è automaticamente un Mediterraneo più dinamico e, tantomeno, più surfabile. Quando temperature elevate e pressione atmosferica stabile persistono per periodi prolungati, il sistema può accumulare una quantità enorme di energia termica senza che questa venga convertita in quell’energia meccanica necessaria a generare un moto ondoso organizzato.
Perché dopo Ferragosto potrebbe cambiare qualcosa
La buona notizia è che la situazione atmosferica non è immutabile.
Dopo settimane dominate dalla stabilità, la seconda metà di agosto potrebbe introdurre qualche elemento di discontinuità nella circolazione atmosferica. Non significa che il Mediterraneo stia per trasformarsi improvvisamente in un campo di battaglia di depressioni, né che sia arrivata la fine dell’estate. Ma una maggiore dinamicità potrebbe riportare in gioco alcune delle configurazioni che finora sono mancate: passaggi perturbati più organizzati, gradienti barici più marcati e, di conseguenza, qualche possibilità in più di vedere vento e moto ondoso svilupparsi in maniera interessante. Anche le temperature dovrebbero scendere un po’.

Per chi surfa nel Mediterraneo non serve necessariamente una configurazione eccezionale. A volte è sufficiente che una depressione passi qualche centinaio di chilometri più a sud del previsto, che una componente occidentale riesca a persistere per qualche ora in più o che un ingresso di aria più fresca modifichi rapidamente l’equilibrio atmosferico. Sono quelle situazioni che, sulle carte meteorologiche, possono sembrare quasi insignificanti ma che, se si incastrano nel modo giusto, riescono a trasformare una giornata apparentemente anonima in una buona finestra di surf estivo.
Ed è per questo che, dopo settimane di niente, stiamo tornando a guardare le carte con un interesse diverso. Non perché ci sia la certezza di una grande mareggiata. Ma perché, finalmente, c’è qualcosa da guardare.
E fuori dall’Italia?
Se fosse soltanto una storia italiana, potremmo archiviarla abbastanza facilmente: un’estate mediterranea particolarmente stabile, qualche settimana sfortunata e il prossimo inverno probabilmente ci farà dimenticare tutto. Ma spostando lo sguardo oltre i nostri confini il quadro diventa più interessante. I grandi bacini oceanici che durante l’estate boreale alimentano alcune delle destinazioni più affidabili del pianeta hanno attraversato dinamiche differenti, ma in alcuni casi altrettanto anomale. Nell’Atlantico tropicale, per esempio, l’attività ciclonica è stata condizionata da fattori atmosferici poco favorevoli allo sviluppo dei sistemi tropicali, mentre nel Pacifico sono entrate in gioco dinamiche differenti.

Il collegamento con il surf è tutt’altro che secondario. Uragani e cicloni sono infatti tra le più efficienti fabbriche naturali di swell a lunga distanza. Un sistema profondo, accompagnato da venti molto intensi che insistono per molte ore su un fetch enorme, può trasferire una quantità considerevole di energia all’oceano e generare onde capaci di attraversare interi bacini prima di raggiungere coste situate a migliaia di chilometri di distanza. È una delle dinamiche più affascinanti del nostro sport: un’onda che arriva sulla spiaggia e che cavalchiamo per pochi secondi può essere nata giorni prima, dall’altra parte di un oceano, generata da una tempesta che non abbiamo mai visto.

Quando queste grandi fabbriche di swell sono meno numerose, meno intense oppure semplicemente collocate in una posizione sfavorevole, gli effetti possono essere percepiti molto lontano dalla loro origine. Questo non significa che l’intero pianeta abbia vissuto un’estate piatta. Sarebbe una semplificazione eccessiva. Ma osservando contemporaneamente diversi bacini e mettendo insieme anomalie regionali differenti, emerge una stagione nella quale numerosi surf spot normalmente sostenuti dalle dinamiche atmosferiche stagionali hanno avuto meno occasioni del previsto.
Il clima sta cambiando. Ma non significa necessariamente meno onde
Ed è qui che bisogna evitare la scorciatoia più facile. Un’estate piatta non è automaticamente la prova del cambiamento climatico. La meteorologia di una singola stagione è il risultato dell’interazione tra variabilità naturale, oscillazioni atmosferiche e oceaniche e condizioni climatiche di fondo. Prendere la scarsità di mareggiate di quest’anno e attribuirla direttamente a un unico fenomeno globale sarebbe scientificamente scorretto.

Il contesto, però, sta cambiando. Gli oceani sono più caldi, le ondate di calore marine sono diventate più frequenti e intense e la distribuzione dell’energia all’interno del sistema climatico sta modificando le condizioni nelle quali si sviluppano e si spostano le grandi strutture atmosferiche. Per il surf questo non significa necessariamente un futuro con meno onde. Potrebbe significare qualcosa di molto più difficile da prevedere: una maggiore irregolarità. Ma di conseguenza anche più sorprese. Stagioni caratterizzate da lunghi periodi di calma interrotti da episodi più intensi, cambiamenti nella posizione delle tempeste, traiettorie differenti, swell meno distribuiti nel corso dell’anno e finestre potenzialmente più concentrate. In altre parole, il problema potrebbe non essere semplicemente avere meno mareggiate, ma non sapere più con la stessa facilità quando aspettarsele.

Ed è forse questo il motivo per cui un’estate come questa merita di essere osservata con attenzione. Non perché ogni stagione piatta sia il sintomo di un cambiamento irreversibile, e nemmeno perché possiamo già sapere quale sarà il futuro del surf mediterraneo. Ma perché il nostro sport vive in un equilibrio estremamente sottile tra atmosfera e oceano, e quando quell’equilibrio cambia siamo tra i primi ad accorgercene. Lo sentiamo quando apriamo le carte e non troviamo niente. Quando rimandiamo una session. Quando il gruppo WhatsApp rimane silenzioso. Oppure continuiamo a controllare il mare anche sapendo già cosa troveremo. E poi, improvvisamente, una carta cambia. Una depressione scende un po’ più a sud. Il vento gira. Il mare comincia a muoversi. Qualcuno manda uno screenshot nel gruppo.
“Forse arriva.”

Ed è probabilmente questa la parte più mediterranea del nostro surf: continuare ad aspettare qualcosa che, per definizione, non ci è mai stato garantito. Perché magari, dopo Ferragosto, il mare si riaccenderà davvero. E dopo un’estate passata a guardare carte vuote, forse ci basteranno poche onde per ricordarci quanto ci era mancato.











