Sfruttando l’assist del preparatore atletico sportivo Luca Giannetti, ci siamo addentrati in un argomento sensibile ma affascinante: i rischi della specializzazione precoce.
Il surf ormai viene approcciato come uno sport a tutti gli effetti. Anche in Italia aumenta di anno in anno il numero di bambini che iniziano già da piccoli a praticare il surf come attività sportiva principale. Quando ad uno sport individuale come il surf però non vengono affiancate altre esperienze ludiche e motorie, si finisce su un terreno scivoloso. Infatti secondo la ricerca portata avanti da Luca studiando la letteratura e intervistando preparatori atletici di surfisti top da tutto il mondo, sono 3 i rischi principali derivati dalla specializzazione precoce: abbandono dello sport, ridotta capacità di apprendimento motorio e inclinazione agli infortuni.
Fare un solo sport per 8 mesi l’anno in età di crescita (fino a 12 anni) porta ad un tasso di abbandono decisamente più alto rispetto a quello dei bambini che approcciano lo sport con una filosofia multidisciplinare. Nell’età della crescita è consigliabile che la parte ludica possa prevalere sulla parte più stressante e competitiva dello sport: gli allenamenti, la tecnica, i risultati, la prestazione. Genitori e allenatori devono avere pazienza.
Emblematica è in tal senso l’esperienza di Julien Althabe, noto come Keotraining, preparatore atletico di Bordeaux specializzato negli sport freestyle: “Ci sono genitori che vogliono mandarmi i loro bambini (sempre under 12) a fare palestra. Non mi chiedono per forza di fargli fare pesi, ma anche gli esercizi funzionali di potenziamento a quell’età sono molto meno utili per la crescita motoria del bambino rispetto ad un allenamento a settimana di basket. È sbagliato dal mio punto di vista preoccuparsi solo di fare surf e palestra in età della crescita”.

Dall’altra parte del mondo gli fa eco Paul Widersehn, fisioterapista della nazionale australiana, che racconta a Luca di un’abitudine diffusa anche in Europa ormai: “In Australia i bambini, specialmente i più promettenti, abbandonano la scuola pubblica molto presto. Chi può viene seguito da un insegnante privato, che registra lezioni ascoltate poi on demand, nei ritagli di tempo dal surf. Questi bambini si dedicano molto presto solo al surf. Purtroppo non tutti riescono a diventare professionisti, ma questa scelta così netta inciderà in maniera incontrovertibile sulla loro traiettoria di vita”. Qui si potrebbe aprire un lunghissimo dibattito sull’impossibilità (secondo una schiacciante maggioranza) di far collimare un percorso scolastico canonico con un percorso agonistico ambizioso nel surf, uno sport che per definizione ti obbliga a viaggiare e a seguire il ritmo delle onde. Prossimo articolo magari.
Con un modello opposto a quello australiano, è interessante riportare quanto ricavato da una chiacchierata con Eduardo Takeuchi, dottore in scienze motorie ma soprattutto ex preparatore fisico di Filipe Toledo: ” La corrente della specializzazione precoce è ancora poco sviluppata nel sistema brasiliano. È vero che qui pochissime famiglie possono permettersi un coach e un insegnante privato, ma in generale l’educazione fisica nelle scuole è trattata come una materia nobile, viene tenuta in ottima considerazione. Si gioca a calcio, a basket, a pallavolo: si fanno tante attività. In effetti se ci pensate, i surfisti brasiliani hanno profili ibridi, non sono specializzati soltanto nei tubi o negli air. E anche qualora lo fossero, arrivano velocemente a padroneggiare una nuova tecnica”.
E qui arriviamo al secondo tratto ricorrente: chi ha praticato più sport in età della crescita, dimostra più facilità nell’imparare movimenti complessi. Infatti è scientificamente provato che diversi tipi di richieste motorie e stimoli neurologici in età della crescita hanno un impatto decisivo sullo sviluppo di certe skills che dopo i 15, 16 anni non si apprendono più. In adolescenza si chiude una fase di registrazione del sistema nervoso, dopo la quale possono evidenziarsi problemi coordinativi irrisolti. Conferma Mario Reis, portoghese, specialista della preparazione atletica che segue atleti del QS e delle CS: “I bambini che praticano altri sport, come il calcio o lo skate, sono molto più coordinati e hanno la capacità di trovare soluzioni motorie più velocemente rispetto ai loro coetanei iperspecializzati”.
Non è un caso che da bambino Taj Burrow giocasse a ping-pong, Jack Robinson andava in canoa, Miguel Pupo ovviamente giocava a calcio, mentre Tiago Pires si dilettava sottorete a pallavolo. Se parliamo di fenomeni generazionali di altri sport, pensate a Sinner, che fino a 12 anni sciava ad alto livello oppure al ciclista Evanopoel, che dalle nazionali giovanili di calcio del Belgio è passato alla bicicletta nel 2017, a diciassette anni, dopo essersi ritirato dal calcio per i troppi infortuni. Un anno dopo lo switch, Evanopoel è diventato campione europeo juniores di bici crono e in linea. Nel 2024 ha vinto due ori alle Olimpiadi di Parigi.

L’ultimo (ma non meno importante) motivo per cui è sconsigliata la specializzazione sportiva precoce lo ricaviamo da un articolo scientifico pescato da Luca: gli atleti con alle spalle un percorso giovanile incentrato su un’unica disciplina sportiva sono più esposti al rischio di infortuni, specialmente a traumi agli arti inferiori.
Fonti scientifiche:
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31633420/
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/26502420
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37104869
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31135271/











