C’è stato un tempo in cui il surf non era cool. Non era vendibile, non era raccontabile, non era nemmeno davvero comprensibile. Era un gesto marginale, quasi sospetto. I surfisti, soprattutto fuori dai grandi poli come California o Hawaii, erano percepiti come outsider: ragazzi che rincorrevano onde invece di carriere, che vivevano ai margini di un sistema che non li riconosceva.

In Italia, questa dimensione è stata ancora più marcata. Il surf non era uno sport, era una stranezza. Un’ossessione per pochi, spesso guardata con ironia se non con diffidenza. Non c’erano scuole diffuse, non c’era un’industria, non c’era una narrazione condivisa. C’era solo il mare e chi decideva di entrarci, contro ogni logica apparente. Poi qualcosa è cambiato. Lentamente, il surf è stato assorbito. Prima dall’immaginario, poi dal mercato, infine dal pubblico. È diventato desiderabile. Ed è proprio qui che emerge una contraddizione interessante: molti di coloro che hanno contribuito a renderlo visibile, costruendo carriere, media, brand, oggi guardano con sospetto chi arriva dopo.

È una dinamica quasi inevitabile, ma anche profondamente ipocrita. Perché il surf che oggi si difende come “puro” è lo stesso che, ad un certo punto, ha cercato legittimazione, visibilità, crescita. Ha voluto uscire dall’ombra. E ora che quella luce attira altri, chi l’ha accesa sembra volerla spegnere o in alcuni casi, semplicemente controllarla.
L’estetica come porta d’ingresso, non come colpa
Ridurre la crescita del surf “grazie ai social” è una scorciatoia intellettuale. È vero: piattaforme come Instagram e TikTok hanno amplificato un’immagine patinata, spesso distante dalla realtà. Ma l’estetica, nel surf, non è mai stata un elemento secondario. È sempre stata parte integrante della cultura. Le immagini di onde perfette, di linee pulite, di corpi in equilibrio sull’acqua non sono nate con i social. Esistevano molto prima, nei film analogici, nelle riviste, nei racconti tramandati tra generazioni. La differenza è che oggi quell’estetica è accessibile a tutti, in tempo reale.

Il punto non è che i social abbiano “rovinato” il surf. È che hanno abbattuto una barriera. Hanno trasformato un immaginario elitario in un’esperienza potenzialmente condivisa. E sì, molti si avvicinano per imitazione, per desiderio, per moda. Ma questo è sempre stato il primo passo. La vera domanda è cosa succede dopo. E qui il surf si distingue: non è uno sport che puoi consumare superficialmente a lungo. Ti mette alla prova, ti respinge e ti costringe ad imparare. E proprio per questo seleziona, naturalmente, chi resta.
Dopo il Covid: il ritorno al corpo, al tempo, al mare
Il Covid non ha creato il fenomeno, ma lo ha accelerato. Ha agito come un catalizzatore su un processo già in atto. Per anni siamo stati spettatori: consumatori di contenuti, di esperienze altrui, di vite filtrate da uno schermo. Poi, improvvisamente, tutto si è fermato. Quando il mondo ha ricominciato a muoversi, la direzione era chiara: fuori. Verso ciò che era reale, tangibile, fisico. Il surf, in questo contesto, ha rappresentato una risposta quasi primordiale. Non solo per la distanza sociale o per l’ambiente aperto, ma per quello che offre a livello più profondo.

Il surf ti obbliga a rallentare e ad accelerare allo stesso tempo. Ti insegna l’attesa e l’istinto. Ti mette davanti a qualcosa che non controlli. In un’epoca in cui tutto è programmabile, questa imprevedibilità è diventata un valore. Molti sono entrati in acqua per caso, per curiosità, per noia. Ma non sono usciti per lo stesso motivo. Hanno iniziato a leggere le mareggiate, a conoscere il vento, a costruire una relazione con il mare. Questo passaggio è fondamentale: è qui che la moda, se c’era, inizia a dissolversi.
Non solo surf: il riflesso di un cambiamento più ampio
Pensare che ciò che sta accadendo al surf sia un caso isolato è forse l’errore più grande. In realtà, siamo dentro una trasformazione più ampia del modo in cui lo sport viene vissuto, raccontato e praticato. Il calcio, per esempio, pur restando dominante, ha perso quella centralità culturale totale che aveva in Italia: non è più l’unico linguaggio possibile. L’ennesima mancata qualificazione ai mondiali e l’impoverimento della Serie A hanno ridimensionato la presa del calcio sulle nuove generazioni. Ed è per questo che anche il calcio ha dovuto reinventarsi, frammentarsi, cercare nuove forme di ingaggio. La Kings League non è un semplice esperimento, ma il sintomo di un sistema che ha capito di dover parlare una lingua diversa, più immediata, più accessibile e tramite le piattaforme che i giovani utilizzano di più. Gli smartphone e non più la cara e vecchia televisione.

Allo stesso tempo, altri sport stanno vivendo una rinascita che non può essere spiegata solo con i risultati. Il tennis italiano, trainato da Jannik Sinner, è tornato al centro dell’immaginario collettivo, ma ciò che colpisce davvero è la partecipazione: campi pieni, circoli in crescita, nuove generazioni coinvolte ed un immagine culturale bella, classica e pulita. Il running è diventato una pratica quasi identitaria, il ciclismo una forma di appartenenza culturale oltre che sportiva. Lo sci, l’alpinismo e tutto ciò che è veramente a contatto con la natura.

In questo scenario, il surf si inserisce in modo naturale, ma con una peculiarità: non è mai solo performance. È esperienza, viaggio, relazione con l’ambiente. Mentre altri sport cercano nuovi linguaggi per restare rilevanti, il surf sembra averli già incorporati da tempo. Ed è forse per questo che oggi non sta semplicemente crescendo: sta risuonando con un bisogno più profondo, quello di tornare a vivere lo sport come qualcosa che esiste anche fuori dallo schermo delle tv.
Il conflitto inevitabile: onde, spazio e identità
Il surf, più di altri sport, rende visibile il conflitto. Non esistono campi da gioco infiniti anche se i mari sono vasti e le aree per la pratica sembrano incalcolabili. Le onde non rompono ovunque e non rompono sempre. La lineup è uno spazio limitato, regolato da dinamiche non scritte ma rigidissime. Ogni nuovo ingresso è percepito come una sottrazione: meno onde, meno spazio, meno silenzio. Da qui nasce la tensione tra esclusività e diffusione. I puristi parlano di “invasione”, di perdita di identità, di degrado della cultura surfistica. E in parte hanno ragione: più persone significano più errori, più caos, più superficialità. Ma fermarsi qui è riduttivo. Perché questo conflitto non è nuovo, né specifico di questa generazione. È strutturale. Fa parte della storia del surf. Ogni evoluzione tecnica, culturale, mediatica, è stata accompagnata da resistenze. Pensate banalmente all’invenzione del leash, che agli albori venne addirittura sbeffeggiato, oppure delle manovre aeree, ai thruster, ai grip. Tutti elementi che oggi ci sembrano la normalità.

Il punto cruciale da analizzare forse è un altro: chi ha il diritto di definire cosa sia “vero surf”? Chi stabilisce il confine tra appartenenza e intrusione? Spesso, chi oggi difende l’esclusività è lo stesso che ha beneficiato dell’apertura in passato. Che ha viaggiato, raccontato, condiviso, contribuito a costruire l’immaginario che oggi attira nuovi praticanti. È qui che il discorso si fa delicato. La soluzione non è chiudere, ma educare. Trasmettere regole, rispetto, consapevolezza. Perché il problema non è la quantità, ma la qualità della presenza in acqua. E questa qualità non si impone, si insegna.
Italia: un cambiamento lento ma profondo
In Italia, il surf non ha mai avuto un’esplosione improvvisa. Non c’è stato un momento preciso in cui tutto è cambiato. Ed è proprio questo a renderlo interessante. La crescita è stata graduale, quasi sotterranea. Scuole che lavorano anche in inverno, community locali che si consolidano, media indipendenti che iniziano a raccontare il surf non come curiosità ma come cultura.

Non è un boom, è una sedimentazione. E soprattutto cambia il profilo del surfista. Non più solo il “cacciatore di swell perfetti”, ma persone che entrano in acqua anche quando le condizioni sono mediocri. Che accettano la frustrazione, che investono tempo, che costruiscono una routine attorno al mare. Questo è forse il segnale più forte: quando il surf smette di essere legato alla performance ideale e diventa parte della quotidianità, allora smette di essere evento. Diventa linguaggio.
Il momento in cui non puoi più tornare indietro
Forse il surf è ancora una moda. Ma se lo è, è una moda che ha già cambiato troppe cose per essere solo questo. Ha cambiato il modo in cui le persone vivono il tempo libero. Il modo in cui modificano le priorità, spostando l’attenzione dall’apparire al sentire. Ha creato comunità dove prima c’erano individui isolati. Ha trasformato un gesto marginale in una pratica condivisa. E soprattutto, ha fatto qualcosa di più sottile, ma decisivo: è entrato nelle abitudini. Perché la verità è che una moda non ti sveglia all’alba. Non ti fa controllare le previsioni più volte al giorno. Non ti spinge a guidare per ore per un’onda incerta. E Non ti insegna nemmeno a fallire cento volte per una sola riuscita.
Il surf sì.
E allora forse la domanda non è più se il surf sia una moda. Ma quando, esattamente, ha smesso di esserlo.










