Uscito nelle sale italiane nel marzo 2024, I bambini di Gaza – Sulle onde della libertà, diretto da Loris Lai e tratto dal romanzo di Nicoletta Bortolotti, si è rapidamente imposto come una delle opere cinematografiche più significative dell’anno per l’intensità con cui affronta il conflitto israelo-palestinese da una prospettiva inedita: quella dell’amicizia e del surf.
Ambientato nella Striscia di Gaza durante la Seconda Intifada, il film racconta l’incontro tra Mahmud, giovane palestinese, e Alon, suo coetaneo israeliano. Uniti dalla comune passione per il mare, i due ragazzi intrecciano un rapporto che va oltre ogni barriera politica, religiosa o culturale. La loro crescita si sviluppa sotto la guida di Dan, ex campione di surf israeliano, che trasforma la spiaggia in un luogo di scoperta, libertà e riconciliazione.

Con il patrocinio del Giffoni Film Festival e l’appoggio del Ministero dell’Istruzione, il film è stato proiettato in decine di scuole italiane come strumento di educazione alla pace. Papa Francesco, in un messaggio di encomio, lo ha definito «un grande contributo alla formazione nella fraternità, l’amicizia sociale e la pace».
Il mare come rifugio, il surf come metafora
Nel film, il surf diventa una potente allegoria. Se la terra è simbolo di occupazione, checkpoint e separazioni, il mare rappresenta l’unico orizzonte libero, condiviso. In una delle sequenze più toccanti, i protagonisti cavalcano le onde al tramonto: un gesto che, in quel contesto, assume la forza di una dichiarazione di esistenza. Un gesto di resistenza poetica.

La fotografia si muove con sensibilità tra le rovine urbane e le linee aperte dell’oceano, suggerendo che, in mezzo al rumore della guerra, esistono ancora spazi di silenzio, bellezza e possibilità.
Gaza Surf Club: la realtà oltre il racconto
Ma il surf a Gaza non è solo finzione cinematografica. Da oltre due decenni, una piccola comunità di surfisti esiste realmente nella Striscia. Il Gaza Surf Club, fondato nei primi anni 2000, è una realtà fragile ma tenace, che ha ispirato documentari internazionali e attirato l’attenzione dei media di tutto il mondo.
Nato grazie alla passione di giovani palestinesi e all’aiuto di volontari stranieri, il club ha sempre dovuto confrontarsi con enormi difficoltà logistiche. Le tavole sono poche, spesso usurate o rotte, e l’importazione di attrezzature sportive è fortemente limitata dal blocco israeliano. Eppure, sulle spiagge di Gaza, ragazzi e ragazze continuano a inseguire le onde con un coraggio che ha il sapore della resilienza nonostante l’oppressione di Israele.

Tra i volti più noti, spicca Sabah Abu Ghanem, una delle prime donne surfiste di Gaza, divenuta simbolo di emancipazione femminile in un contesto altamente conservatore. La sua storia, come quella di tanti altri giovani surfisti gazawi, dimostra come lo sport possa essere una via di fuga, una forma di resistenza non violenta, un messaggio al mondo.
Una linea d’onda tra finzione e realtà
Il film di Loris Lai e la realtà del Gaza Surf Club si incontrano idealmente nel medesimo punto: quel momento in cui un giovane si tuffa in mare e, per pochi istanti, dimentica tutto. La sabbia sotto i piedi, la tavola in mano, l’orizzonte davanti. Nessuna barriera. Nessun confine.

È lì che la finzione cinematografica smette di essere solo una storia: si trasforma in una lente per leggere ciò che accade davvero. In una regione ferita da decenni di conflitti, il surf diventa un atto di libertà, un ponte fragile ma reale tra due rive.











