Dall’alba dei tempi esiste un fenomeno ricorrente: chi è arrivato prima si sente in diritto di dire che ai suoi tempi tutto era meglio. Nel surf le tematiche più gettonate sono: meno affollamento, più purezza, nessuna influenza della moda o del bisogno di approvazione, ma soprattutto, niente soldi a dettare le regole del surf business. Se il punto sull’affollamento è un dato di fatto – per fare un esempio basta vedere gli incrementi del Tennis in Italia, che, dopo le vittorie di Sinner, ha registrato un + 30% – è fisiologico che con la crescita di uno sport aumentino anche i suoi praticanti, mentre sugli altri punti si può aprire un dibattito.

La cosiddetta “rovina” del surf affonda le radici proprio nei grandi del passato, in coloro che hanno fatto del surf un lavoro, promuovendolo già dai primi anni ’60. I produttori di attrezzature, che siano tavole, mute, costumi o pinne, hanno sempre utilizzato l’immagine del surfista di successo per vendere, ma il mercato era piccolo, i guadagni limitati e per crescere era necessario costruire un’immagine che seducesse nuove leve o nuovi clienti. Il surf business, ancora agli albori, aveva bisogno di espandersi, e lo ha fatto proprio attraverso chi lo viveva con più passione e purezza. Così è nato quello che oggi chiamiamo appunto “surf business”.
Il ruolo dei pionieri nel surf business
Pensiamo a Gerry Lopez, figura leggendaria che con i suoi film e le sue foto ha ispirato milioni di surfisti. Gerry aveva un brand di tavole, Lighting Bolt, fondato insieme all’amico e shaper Rory Russel. I due hanno aperto un negozio e Gerry sapeva di avere il talento necessario per sfruttare la propria immagine. Viaggiava in cerca di onde perfette e, nel farlo, vendeva sogni. Ma quei sogni, alimentando il desiderio di esplorare nuovi spot, hanno finito per cambiarne l’identità per sempre. Oggi guardiamo con nostalgia le foto di Uluwatu o di G-Land ai tempi di Lopez e leggiamo commenti del tipo: “Quello sì che era surf”. Ma abbiamo mai riflettuto sul fatto che proprio chi ha esposto quei luoghi al grande pubblico ne ha determinato l’inizio della trasformazione?

Lo stesso vale per chi, lavorando nelle riviste di settore, ha spinto i suoi lettori alla ricerca di onde sconosciute, pubblicando racconti e testimonianze che hanno acceso la passione in nuove generazioni di surfisti. Quei reportage hanno reso epiche destinazioni che altrimenti sarebbero rimaste segrete, contribuendo a un fenomeno che oggi chiamiamo turismo del surf. Non solo: alcuni degli esploratori per anni si sono fatti pagare per accompagnare nei citati posti i surfisti professionisti oppure i brand durante le produzioni delle campagne pubblicitarie. Alcuni ne hanno fatto una professione, come per esempio fotografi famosi che per decenni offrivano servizi di produzione + guida sul posto. Indovinate un po’? Sono quelli che oggi si lamentano dell’affollamento.
Il business dell’insegnamento e la nuova generazione
Un altro aspetto spesso dimenticato riguarda l’insegnamento. Negli anni ’90, molti surfisti veterani vivevano il sogno facendo i bagnini e arrotondavano insegnando surf durante l’estate. Nessuno lo faceva gratuitamente. Quelle stesse persone attualmente si lamentano dell’affollamento in acqua, senza considerare che hanno contribuito a formare un’intera generazione di nuovi surfisti. Se il numero di praticanti è aumentato in modo esponenziale, una parte del merito (o della colpa) va proprio a chi ha reso accessibile questo sport e che senza pensarci troppo ha creato (come in montagna) un business chiamato “scuola di..”. La differenza rispetto alle scuole sulla neve, alle scuole di calcio o di tennis che seguono protocolli ed hanno una base culturale e disciplinare abbastanza consolidata, è che le scuole di surf erano inizialmente percepite come un modo per arrotondare, attività condotte in maniera casalinga e non regolamentata.
Il surf business e il ruolo delle icone globali
Prendiamo come esempio il più grande di tutti. Kelly Slater. Per molti, un idolo assoluto. Ma lui più di chiunque altro ha contribuito alla mercificazione del surf. Per decenni è stato il faro che ha illuminato questo mondo, portandolo in TV, vestendo milioni di ragazzi con il logo Quiksilver e invadendo il mare con tavole iper-performanti, spesso inadatte alla maggior parte dei surfisti che le acquistavano.

Ha brevettato e sviluppato un progetto che ha consentito la realizzazione di piscine con onde artificiali. Le stesse piscine che poi sono entrate a fare parte del circuito mondiale e che tantissimi hanno criticato. Ha lasciato Quiksilver per creare il proprio brand che poi ha venduto, adesso ha creato un marchio che fa ciabatte ed un altro che produce creme solari. Ma sarebbe giusto criticarlo per questo? Oppure dovremmo riconoscere che il surf business è diventato globale proprio grazie a figure come lui?
L’impatto di internet e dei social media
Poi è arrivato internet, e chi prima inseguiva le onde per finire sulla cover di un magazine ha capito che il gioco poteva diventare ancora più grande. Con piattaforme come YouTube, Instagram e TikTok, i più svegli hanno saputo cavalcare l’onda digitale, contribuendo a far crescere ulteriormente questo sport. Nel frattempo, gli idoli ribelli del surf, quelli che professavano l’anti-establishment, hanno incassato contratti milionari per poi lamentarsi del sistema: “Era un messaggio di ribellione”, dicevano. E noi ci abbiamo creduto. Ma forse non abbiamo mai visto che quel messaggio era condito da soldi e conformismo. Onore invece ha chi ha speso tutti i guadagni in feste, alcol, droga e viaggi. Poco lungimiranti, sicuramente non un esempio da seguire, ma voi siete il vero core del sistema.
L’evoluzione naturale del surf business
Alla fine, per chi è arrivato prima, il problema restiamo noi. Noi, figli di quell’epoca e di quel movimento che ha urlato per avere visibilità e che ora è geloso di quello che il surf è diventato. Un po’ come il bambino che si vanta di avere il gioco più bello e poi si lamenta quando tutti vogliono giocarci.

Ogni azione ha una conseguenza. Il vero nodo è accettare che il mondo va avanti, si sviluppa, cresce, e ogni tanto lascia indietro qualcuno. Il surf business è diventato un fenomeno globale, con tutti i suoi pro e contro. Quello che possiamo fare è cercare di mantenere vivo lo spirito del surf, raccontarlo nel modo giusto ed educare le nuove generazioni invece di guardare con nostalgia a un passato che, in fin dei conti, è stato proprio chi lo rimpiange ad aver contribuito a cambiare.











