di Luca Filidei
Il surf non è solo competizione, il surf è uno stile di vita. Quante volte abbiamo letto o ascoltato questa frase? Se seguite Tuttologic da diverso tempo sapete bene cosa intendo, eppure la parte pro di questo sport sta prendendo sempre più slancio, ampliando la fan base (Medina è arrivato a 14 milioni di follower su Instagram) e stipulando ricchi contratti (Lexus, Meo, Vivo, ecc.) che in passato potevano soltanto essere immaginati.
Pensate che mentre scrivo si sta svolgendo il Surf Abu Dhabi Pro: pura fantascienza qualche anno fa. La WSL sta colonizzando nuove aree. Magari chiamatela pure gentrificazione. Eppure tutto ciò comporta anche altri effetti. Sempre più persone che guardano i contest si traducono in sempre più persone che li seguono con attenzione, tifando per questo o quell’altro surfer, analizzando come al VAR le decisioni dei giudici.

Ecco, è proprio qui che voglio arrivare. Partiamo dal principio che il surf è uno di quei sport in cui è la votazione a regnare. Non ci sono canestri da 3 perchè effettuati chiaramente oltre la linea dei tre punti o touchdown perché si è entrati nella end zone. Qui c’è il rischio di entrare nel relativo, nella soggettività, nel “questo è meglio perché io lo valuto così”.
Ovviamente il rimando è a ciò che è appena accaduto in finale al Lexus Pipe Pro tra Barron Mamiya e il nostro Leo Fioravanti. Il primo che mette in combo il 46 in un attimo. Leo che poi compie una rimonta assurda, concludendo la heat a pari punti con l’hawaiano che però ottiene la vittoria per quell’onda valutata 9.80, il max wave score del match.
A Leo bastava un niente in più. Solo uno 0.01 di differenza che lo avrebbe fatto trionfare in uno dei contest più iconici della storia del surf. Sappiamo tutti cosa è andato storto. I video in split screen che circolano su YouTube e sui vari social sono lì per essere guardati. E poi, se proprio si è curiosi, basta swippare e dare un’occhiata ai vari commenti anche sul profilo IG di Tuttologic e della WSL. Le critiche nei confronti dei giudici della lega mondiale sono diventate un leitmotiv, così come le ironie nei confronti di quell’ultimo score che tardava ad arrivare. Lo stesso Medina, che ha saltato Pipe per infortunio, ha detto la sua ottenendo su Instagram oltre 89mila like. La sua opinione? All’ultima onda di Leo avrebbe dato un 9.50.
Ora però bisogna fare un inciso. Chi segue questo sport sa bene che queste polemiche non sono nuove nel mondo del surf. Proprio Gabe l’anno scorso a Bells aveva criticato apertamente i giudici che, secondo lui, avevano sovrastimato uno score di Cole Houshmand. Il punteggio – un 7.47 – era stato ottenuto dallo statunitense under priority e Medina nell’intervista post heat era sbottato dicendo: “This is the worst judging I have ever seen. It’s bad for the sport. I’ve been through a lot of judging things, but maybe this is the worst one”.
Volete altri esempi? Ancora Gabe nel 2023 dopo una controversa gara al Surf Ranch mentre si chiede provocatoriamente quali siano i criteri dei giudici, secondo lui chiaramente contro il surf rivoluzionario della Brazilian Storm. Sentite qua: “It is quite clear that judging is now rewarding very simple surfing and seamless transitions and have taken critical turns in critical sections out of the criteria”.
Senza dimenticare l’applauso provocatorio di Yago Dora in una gara dell’anno scorso, le lamentele di Miguel Pupo dopo l’interferenza nella heat con Slater a Pipe nel 2022, lo stesso Slater nel 2024 a Sunset e nel 2015 a Lower Trestles con quell’air da videogioco che i giudici hanno considerato inconcluso… Nella storia si potrebbero trovare moltissimi episodi, compresa l’ammissione dell’underscored di Nat Young nel 2024.

Se non vogliamo considerare la sudditanza psicologica quello che mi viene in mente è che questi criteri dovranno essere comunicati in un modo diverso. Nel mondo, anche prendendo spunto da altri sport, si potrebbero trovare nuovi metodi. Ma in fin dei conti basterebbe anche solo iniziare da una migliore definizione di questi elementi (alla base degli score della WSL): Commitment and degree of difficulty, Innovative and progressive maneuvers, Combination of major maneuvers, Variety of maneuvers, Speed, power and flow. In particolare, suddividendo il punteggio in sezioni, si potrebbe classificare meglio ogni score. In sintesi, un surfer che affronta un tubo più lungo deve avere un riscontro tangibile nel punteggio. E la medesima logica può essere applicata al coefficiente di difficoltà dell’onda (degree of difficulty).
Quest’ultimo punto, di fondamentale importanza nel surf, è quello che normalmente avviene in ogni gara del circuito Professional Bull Riders statunitense aka PBR. Ad essere valutato con un giudizio ad hoc non è infatti solo l’abilità del rider ma anche quello che il toro fa. Due giudici in pratica guardano solo il secondo, dando ciascuno un punteggio da 0 a 25 che poi viene mostrato al pubblico. Pensate che i bull hanno delle proprie statistiche, come se sul sito della WSL un giorno trovassimo un ranking delle onde più difficili dell’intero campionato.

La chiarezza insomma è fondamentale. Un traguardo che è possibile ottenere non solo attraverso nuove metodi, ma anche comunicando prima di ogni contest i vari criteri specifici per quella gara (come veniva fatto qualche anno fa proprio dalla WSL), anche considerando il forecast del waiting period. Perchè se le onde sono più grosse e fare tubi diventa più “normale” è ovvio che il settaggio degli score deve cambiare di conseguenza. Per ottenere un excellent score bisogna eseguire un take-off più critico, essere più profondi, ecc. Di strada insomma ce n’è tanta da fare. Purtroppo questa volta ci ha rimesso il nostro Leo. Ma speriamo che almeno questo aiuti a migliorare la situazione, con l’ambizione di arrivare, prima o poi, ad evitare del tutto scene come quella sotto.










