Nel cuore di Siargao, l’isola filippina che negli ultimi anni è diventata una delle capitali del surf del Sud-Est asiatico, il celebre reef break di Cloud 9 ha ufficialmente vietato le lezioni di surf per principianti. Lo spot, conosciuto a livello mondiale per i suoi tubi perfetti e la passerella di legno che si affaccia direttamente sull’onda, ha adottato una linea di tutela forte e chiara: niente più corsi base e noleggi indiscriminati.

L’annuncio, divulgato attraverso i canali locali dal fotografo conosciuto sui social come “Siargaosurfphoto”, ha segnato una presa di posizione netta da parte della comunità surfistica del luogo, sempre più stanca di vedere compromesso un ecosistema culturale e naturale fragile, costantemente scosso da tensioni e dispute tra locali e forestieri.
Le nuove regole: cosa cambia a Cloud 9
Nel dettaglio, la nuova normativa prevede il divieto assoluto di impartire lezioni di surf a principianti nello spot principale di Cloud 9. Inoltre, i surf shop dell’area non potranno più noleggiare tavole a chi è alle prime armi se non sotto la supervisione diretta di un istruttore qualificato.

La decisione non è nata da un giorno all’altro: da tempo, i local segnalavano un progressivo peggioramento dell’ordine in lineup, dovuto all’aumento vertiginoso di turisti poco esperti che, spinti dal fascino del nome “Cloud 9”, si lanciavano in mare ignorando rischi, regole di precedenza e dinamiche di spot avanzati. La misura non vieta il surf ai principianti in generale: li invita, piuttosto, a spostarsi su break più adatti come quelli di Pacifico o Giwan, dove il fondale è più profondo, l’onda più docile e la gestione delle scuole più strutturata.
Proteggere l’onda, il rispetto e la sicurezza
La motivazione dietro questa scelta è tanto pragmatica quanto culturale. Cloud 9 è un’onda tecnica, veloce e spesso pericolosa, che rompe su un fondale di reef vivo. Non è un luogo in cui “provare per la prima volta”. I principianti che si avventurano qui, spesso con zero esperienza in lineup, non solo mettono a rischio la propria incolumità, ma compromettono anche la sicurezza degli altri surfisti, creando congestione su un’onda che richiede attenzione e consapevolezza.

Ma oltre all’aspetto tecnico, c’è una questione di etica surfistica: quella cultura del rispetto, del silenzio e dell’osservazione che tradizionalmente si tramanda da generazioni tra chi vive il mare con consapevolezza. Il turismo di massa, accelerato da social network e business del surf, ha in molti casi eroso questi valori, trasformando spot leggendari in scenografie da selfie. Cloud 9 ha detto basta alle lezioni di surf per principianti, e l’ha fatto nel momento giusto. Il mondo del surf travel ha bisogno, oggi più che mai, di regole ben precise per non rischiare di divenire un fenomeno dannoso.
Le voci autorevoli: un messaggio globale
Il provvedimento ha trovato ampio appoggio anche tra i surfisti professionisti. Nathan Florence, fratello del due volte campione mondiale John John Florence, ha criticato senza mezzi termini il mancato rispetto di “un’etichetta”, sottolineando come certi comportamenti stiano diventando la norma in spot ormai snaturati dalla sovrappopolazione: “Alcuni dei più grandi kooks che abbia mai visto stavano surfando oggi”, ha dichiarato.

Anche Koa Rothman, da tempo impegnato nella difesa della cultura surfistica hawaiiana, ha lodato la scelta di Siargao, paragonandola a quanto accade a Uluwatu, Bali, dove la pressione turistica ha ormai compromesso l’esperienza del surf. L’idea condivisa è che questa decisione sia un atto di responsabilità e amore verso l’onda stessa, ma anche un tentativo di proteggere chi si avvicina al surf con entusiasmo, ma senza strumenti adeguati.
Un modello da imitare: verso un surf responsabile
La scelta di Cloud 9 rappresenta molto più di una semplice regolamentazione locale. È un segnale forte, un invito a tutte quelle destinazioni dove il surf tourism cresce in maniera incontrollata a interrogarsi sulle proprie responsabilità. In località come Bali, Costa Rica, Sri Lanka o il Portogallo, il boom delle surf school ha portato indubbi benefici economici, ma anche conseguenze evidenti: lineup caotiche, incidenti frequenti, perdita di cultura e tensioni tra locali e visitatori.
Introdurre delle zone di apprendimento separate, regolamentare l’accesso agli spot avanzati e promuovere una vera educazione surfistica, non è una forma di esclusione, ma di tutela condivisa. Perché il surf, per essere davvero inclusivo e sostenibile, deve partire dal rispetto: per l’onda, per chi la frequenta da una vita, e per chi vi si affaccia per la prima volta. Cloud 9 ha avuto il coraggio di mettere un limite. Forse è tempo che altri seguano l’esempio.











