Ci sono luoghi in cui il surf non è semplicemente uno sport. Sono spiagge, scogliere, foci, secche e piccoli tratti di costa che per decenni hanno rappresentato il punto d’incontro di una comunità. È lì che si impara a leggere il mare, che un ragazzino prende per la prima volta una tavola, che nascono amicizie, associazioni, scuole e, qualche volta, anche i futuri atleti. Per questo la distruzione di un surf spot non significa soltanto perdere un’onda: significa cancellare un luogo nel quale una disciplina sportiva si è sviluppata e una comunità ha costruito la propria identità. Eppure in Italia continua a succedere. Per contrastare l’erosione vengono realizzati pennelli, barriere soffolte e frangiflutti che modificano profondamente la morfologia del fondale e il modo in cui le onde raggiungono la riva. Ma cosa accade quando, per proteggere la costa, si finisce per eliminare proprio quelle condizioni naturali che hanno reso quel tratto di mare uno spot?
L’erosione: perché la costa arretra?
L’erosione costiera è il risultato dell’interazione tra numerosi fattori naturali e antropici. Onde, correnti, vento, mareggiate, caratteristiche geologiche, trasporto dei sedimenti e apporto dei fiumi determinano continuamente l’equilibrio di una spiaggia. A questi elementi si sommano le trasformazioni operate dall’uomo: dighe e sbarramenti riducono il trasporto di sedimenti verso il mare, porti e infrastrutture interrompono o modificano il loro movimento lungo costa, mentre urbanizzazione e opere di difesa alterano ulteriormente la dinamica del litorale. L’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) definisce infatti la costa un sistema altamente dinamico, nel quale fattori meteoclimatici, geologici, biologici e antropici concorrono a determinare l’arretramento o l’avanzamento della linea di riva.

Il punto fondamentale è che la sabbia non è immobile. Una parte importante del sedimento viene continuamente trasportata dalle correnti lungo il litorale e verso il largo. Quando una struttura artificiale interrompe questo movimento, cambia il bilancio sedimentario della costa. È per questo che un’opera progettata per proteggere un tratto limitato può produrre conseguenze anche molto più lontano dal punto in cui viene costruita. Lo stesso ISPRA segnala che le opere rigide possono contrastare l’erosione di alcuni arenili, ma allo stesso tempo determinare fenomeni erosivi sui tratti limitrofi. Basti pensare come la costruzione di due nuovi pontili in Versilia (Marina di Pietrasanta prima e Lido di Camaiore poi) ha di fatto creato due nuovi surf spot, andando però a modificare molto le secche limitrofe e cambiando molto più velocemente la forma delle onde.
Quando a sparire è l’onda
Per chi pratica surf, la morfologia del fondale non è un elemento secondario. La forma della spiaggia, la presenza di una secca, un banco di sabbia o una particolare conformazione rocciosa determinano il modo in cui un’onda si propaga, acquista energia e rompe. Cambiare il fondale significa quindi cambiare anche l’onda.
Il caso recente di San Benedetto del Tronto
Uno dei casi più interessanti in questo senso è quello di San Benedetto del Tronto e della Sentina. Lo spot della Sentina si trova in corrispondenza della foce del Tronto, immediatamente a sud dell’ultima scogliera del porto di Porto d’Ascoli. È un beach break di sabbia e sassi che lavora con le grandi mareggiate da nord-est ed è frequentato da anni dalla comunità surfistica locale. Ma la Sentina è molto più di uno spot. È uno dei luoghi attraverso i quali il surf si è sviluppato e diffuso nel territorio sambenedettese, un punto di riferimento per generazioni di surfisti e un luogo nel quale l’attività sportiva si è intrecciata con la conoscenza del mare e con la vita della comunità locale. Proprio per questo, mentre il Comune si prepara a realizzare una nuova serie di opere di difesa, la questione ha assunto anche un valore culturale.
La Giunta di San Benedetto ha infatti approvato nel settembre 2026 il progetto per la realizzazione di 14 scogliere sommerse, ciascuna lunga 90 metri, a protezione di circa 1,8 chilometri di costa, dalla foce del Tronto fino al confine settentrionale della Sentina. L’intervento, finanziato con 6,5 milioni di euro, dovrebbe partire entro l’autunno e durare circa un anno. Secondo il Comune, le strutture saranno posizionate circa mezzo metro sotto il livello del mare e avranno il compito di far rompere le onde prima del loro arrivo a riva, riducendone l’energia. L’amministrazione sostiene inoltre che la soluzione consentirà il ricambio dell’acqua e non altererà drasticamente il movimento naturale della sabbia.

Gli studi sul problema e gli sviluppi
Il problema è che la Sentina conosce già da decenni le conseguenze delle trasformazioni della propria linea di costa. Uno studio scientifico dedicato all’evoluzione della spiaggia ha analizzato il tratto tra il 2000 e il 2012, rilevando un arretramento complessivo della linea di riva nell’ordine di decine di metri e sottolineando l’influenza delle opere presenti ai margini dell’area sul comportamento della costa. Il caso è particolarmente significativo perché mostra quanto sia complesso intervenire su un sistema sedimentario già profondamente modificato dalle infrastrutture portuali e dalle opere di difesa.
E proprio un paio di weekend la Sentina è tornata al centro dell’attenzione della comunità locale. Centinaia di persone si sono ritrovate nell’area per raccontare, vivere e difendere la storia di questo luogo, con particolare attenzione al ruolo che la Sentina ha avuto nella crescita e nella diffusione del surf a San Benedetto del Tronto. Un momento nel quale lo spot è stato raccontato non soltanto come un punto dove prendere onde, ma come parte della memoria sportiva e sociale di un’intera comunità. All’iniziativa ha partecipato anche il sindaco Nicola Mozzoni, che si è reso disponibile al dialogo con i presenti. È un elemento importante perché sposta la discussione dalla contrapposizione alla possibilità di un confronto diretto tra amministrazione e comunità surfistica.
Altri casi noti
Il caso di Lido di Dante, in Emilia-Romagna, permette invece di osservare la questione da un punto di vista prevalentemente scientifico. Qui un sistema di opere di difesa è presente dagli anni Ottanta. Uno studio dell’Istituto di Scienze Marine del CNR documenta che, dopo la costruzione delle prime barriere, fenomeni erosivi si manifestarono lungo costa e vicino riva nel settore meridionale inizialmente non protetto, espandendosi progressivamente verso sud. Successivamente il sistema di barriere è stato prolungato proprio verso quell’area. Il caso è interessante perché mostra come la risposta a un fenomeno erosivo possa richiedere nuovi interventi man mano che cambiano gli equilibri sedimentari della costa.

Poi c’è Vasto, dove il conflitto tra difesa costiera e surf è ancora più evidente. La Grotta del Saraceno è uno degli spot più particolari dell’Adriatico centrale e la sua conformazione permette, nelle condizioni giuste, lo sviluppo di un’onda di notevole lunghezza. Il progetto di difesa dall’erosione prevede opere a mare e ha generato l’opposizione della comunità surfistica locale. La vicenda è stata raccontata anche dalla stampa nazionale proprio per il rischio che l’intervento possa modificare le condizioni che permettono la formazione dell’onda. Il caso è emblematico perché mette davanti a una scelta apparentemente semplice due esigenze che non dovrebbero necessariamente essere incompatibili: proteggere la costa e preservare una risorsa naturale e sportiva.
Frangiflutti e scogliere: una risposta che non può essere automatica
Le opere rigide non sono necessariamente inutili. In determinate situazioni possono proteggere infrastrutture, abitazioni e aree esposte a un rischio concreto. Il problema è considerarne automaticamente la costruzione come risposta all’erosione senza valutare l’intero sistema costiero nel quale vengono inserite. La stessa ISPRA evidenzia che le opere di difesa devono essere valutate attraverso una conoscenza complessiva delle dinamiche litoranee e attraverso strumenti di modellazione capaci di prevedere gli effetti dell’intervento sull’intera fascia interessata. Un’opera circoscritta a un breve tratto può infatti modificare il trasporto dei sedimenti e aggravare fenomeni erosivi sulle rive adiacenti.
I numeri raccontano quanto questo modello sia ancora diffuso. Secondo ISPRA, al 2020 oltre 1.500 chilometri della costa italiana, circa il 18%, erano interessati dalla presenza di opere rigide di difesa, con una crescita di oltre 200 chilometri rispetto al 2000.
Il punto, quindi, non è stabilire se una scogliera funzioni o non funzioni in assoluto. È capire che cosa protegge, per quanto tempo, a quale costo e con quali conseguenze sul resto della costa. E, quando davanti a quella stessa costa esiste uno spot, anche quale sarà l’impatto sulla sua onda.
E se il reef fosse parte della soluzione?
Se l’obiettivo è ridurre l’energia delle mareggiate senza rinunciare completamente alla dinamica naturale del mare, esistono approcci differenti. Tra questi ci sono i reef artificiali, strutture sommerse progettate per modificare la propagazione delle onde e intervenire sulla morfologia del fondale. La differenza rispetto a una barriera tradizionale sta soprattutto nella possibilità di progettare l’intervento secondo più funzioni. Un reef può essere concepito per dissipare parte dell’energia ondosa e contemporaneamente creare condizioni favorevoli alla formazione di un’onda surfabile. In questo modo la difesa costiera non sarebbe più necessariamente un elemento separato dall’utilizzo sportivo del mare, ma potrebbe diventare parte di un progetto di riqualificazione più ampio.
È un approccio che in Italia sta iniziando a essere studiato. A Sturla, a Genova, il progetto di riqualificazione della spiaggia ha previsto un reef artificiale sommerso inserito all’interno di un intervento più complesso di protezione e ripascimento. Il concetto è interessante proprio perché mette insieme esigenze che normalmente vengono considerate separate: sicurezza della costa, qualità dello spazio pubblico e pratica sportiva. Il reef non rappresenta naturalmente una soluzione universale. Ogni intervento deve essere valutato sulla base delle caratteristiche del fondale, del regime ondoso, del trasporto sedimentario e degli obiettivi di protezione. Ma proprio per questo merita di entrare nel dibattito: se dobbiamo intervenire artificialmente sul mare, perché non progettare strutture capaci di produrre più di una sola funzione?
Per il surf questo potrebbe significare anche creare nuove opportunità durante periodi dell’anno nei quali le condizioni sono meno consistenti, contribuendo alla destagionalizzazione delle attività legate alla costa. La difesa dall’erosione potrebbe così essere affiancata da una nuova infrastruttura sportiva, invece di trasformarsi automaticamente nella perdita di quella esistente.
Salvare uno spot significa salvare una comunità
Uno spot non è una semplice coordinata sulla mappa. È un luogo nel quale una disciplina sportiva prende forma. È dove i bambini imparano a stare in acqua, dove i surf club costruiscono la propria attività, dove generazioni diverse condividono lo stesso spazio e dove una comunità sviluppa una relazione con il proprio mare. La distruzione di un surf spot, quindi, dovrebbe entrare nella valutazione degli interventi costieri non come una conseguenza inevitabile, ma come uno degli elementi da considerare nella fase di progettazione. Non si tratta di mettere lo sport davanti alla sicurezza delle persone o alla necessità di proteggere una costa vulnerabile. Si tratta di riconoscere che il valore di un litorale non è composto soltanto dalla quantità di sabbia presente sulla spiaggia.

Una costa può essere contemporaneamente un sistema naturale, una barriera contro le mareggiate, un luogo di aggregazione e un’infrastruttura sportiva a cielo aperto. La sfida è progettare interventi che tengano insieme queste funzioni, invece di sacrificarne una ogni volta che se ne protegge un’altra. Forse la domanda da cui partire non dovrebbe più essere soltanto come possiamo fermare il mare?, ma come possiamo intervenire sulla costa senza distruggere ciò che rende quel tratto di mare unico?
Perché quando scompare uno spot, non scompare soltanto un’onda. Scompare un luogo nel quale qualcuno, forse, avrebbe imparato ad amarla.










